L’impresa è cultura

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“Impresa e Cultura non sono un ossimoro. La Cultura, al di là della facile retorica dei convegni, può essere un reale investimento, win win”.

Su Il Giornale dell’Arte troviamo un analisi del rapporto tra cultura e impresa. Nonostante la spending review –  nota il Direttore del Giornale Catterina Seia – gli investitori tornano a farsi avanti. Se è vero che gli investimenti sono minori in termini quantitativi, è vero anche che sono allocati con modalità nuove, e puntano particolarmente sulla Corporate social responsibility, e sulla creazione di una cultura d’impresa che guardi in primis ai propri stakeholders.

“Molte imprese stanno ripensando headquarter, centri studi, spazi di produzione, affidando il restyling della propria immagine, ma soprattutto del modo di lavorare ad architetti d’avanguardia e ad artisti. Occorrono nuove rappresentazioni, nuove narrazioni, per rafforzare brand che debbono pensare a mercati globali. Anche il brand Paese, il «Made in Italy» non è un giacimento dal quale attingere all’infinito. Nella classifica del 2013 dei Brand Nation, purtroppo l’Italia è scesa al 12mo posto, lasciando la casella del 10mo all’Australia, «nazione che ha investito sulle sue ricchezze e sul turismo per attrarre investimenti e aziende». Primi in classifica, stabili, gli Stati Uniti, seguiti dalla Cina. Secondo David Haight, ceo di brand Finance,“«L’Italia fa molto a livello di singole imprese, poco a livello Paese». C’è l’esigenza-opportunità di concentrare le forze per rilanciare il marchio Paese. Ripartendo dalla cultura. E si sentono i fermenti, a volte frammenti da collazionare per costruire una visione di insieme. È un’evoluzione tangibile anche se soffriamo di una normativa lacunosa, priva di incentivi fiscali all’intervento, non comparabile ai migliori standard europei”.

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